mercoledì 24 settembre 2008

Respirare è Vivere


Lo yoga dal punto di vista bio-fisico considera di primaria importanza il controllo cosciente della respirazione e della variazione volontaria dei suoi elementi: ritmo, rapporto tra le diverse fasi, e ritenzione.
La respirazione nella nostra era è danneggiata da svariate cause; al primo posto risultano l’ansia e l’inquinamento. Lo Yoga, mira al ripristino del respiro naturale, al suo potenziamento, ampliamento e controllo, in modo tale da poterlo utilizzare quale veicolo primo della distribuzione della forza vitale in ogni parte del corpo.
Manas conduce Prana, dicono i Testi yogici, ossia, la mente guida la Forza Vitale, ed il respiro è il mezzo primario che la stessa, può utilizzare per conquistare il corpo e per tenere lontane le principali malattie che colpiscono l’uomo medio occidentale. Infatti il nostro stile di vita ha reso i disturbi da ansia (sintomo che spinge ben 7 milioni di italiani ad essere consumatori abituali di ansiolitici e 5 milioni di farmaci che ne contengono) una delle cause primarie di morte nel mondo cosiddetto “civilizzato”.
E’ da notare il cambiamento che lo stato ansioso determina all’assetto respiratorio naturale: il respiro diventa irregolare, si affretta e si accorcia, impedendo l’assunzione di una sufficiente quantità d’aria, dunque, una scarsa ossigenazione, che è causa di svariate problematiche tra cui affaticamento cardiaco, disfunzioni digestive, indebolimento del sistema immunitario e il deterioramento dei tessuti cellulari (basti pensare, che alcuni tessuti come quello nervoso, sono così sensibili, che solo dopo pochi minuti di carenza di ossigeno sviluppano danni irreversibili).
Dunque, così come un sassolino lanciato dalla cima di una montagna può diventare una valanga, una scorretta e superficiale respirazione può provocare seri danni al nostro organismo.

Lo Yoga fornisce ottime ed efficaci soluzioni attraverso pratiche come il “Prânayâma” dove di importanza centrale sono gli esercizi di controllo, di ampliamento, ed armonizzazione volontaria della respirazione, la quale, (diversamente dagli ansiosi, e da tutti coloro che vivono in città inquinate, tendenti ormai ad utilizzare solo l’area superiore dei polmoni), viene estesa fino alla regione inferiore addominale, rilasciando appunto i muscoli dell’addome, stimolando gli organi, ed ossigenando sufficientemente tutti i tessuti.
Bastano pochi minuti al giorno di corretti esercizi di respirazione profonda per raggiungere significativi risultati per il nostro benessere.

Ruber Rivali

Testi storici e filosofici dello Yoga



I° puntata
YOGA SUTRA


Breve introduzione
(a cura di Emilio Russo)
La prima codifica dello Yoga si deve a Patanjali, il suo testo illustra sistematicamente la Scienza dello Yoga indicando, con chiarezza, il cammino volto alla realizzazione del Sé e all’identificazione con l’Assoluto. La compilazione di Patanjali risale ad un’epoca che varia tra il 400 e il 200 a.C. ma, le prime testimonianze storiche dello Yoga risalgono a molti secoli prima. Ritrovamenti casuali, fatti in occasione dei lavori per la costruzione di una ferrovia nell’attuale Pakistan, hanno svelato l’esistenza di due città, Moenjo-Dharo ed Harappa (3000 a.C. circa), dove sono emersi un’immensa quantità di reperti archeologici della civiltà Dravidica, dando conferma che, in quei luoghi, lo Yoga era già praticato. Dunque, le origini, possiamo intuire, si perdono nella notte dei tempi.

La concezione fondamentale nello Yoga Sutra implica che l’infinito, l’assoluto, il Sé superiore, Dio, l’Anima dell’Universo o qualsiasi altro nome le si voglia attribuire, si trova ovunque, ed è sempre presente, ma occultato dalle continue modificazioni dell’ intelletto. Per ottenere la conoscenza dell’Assoluto è quindi necessario arrestare tutti i Venti (pensieri) della mente.

Vediamo ora brevemente quali processi, Patanjali, indica necessari per il raggiungimento della realizzazione del Sé superiore, riservandoci una analisi più accurata nei successivi numeri:

1) Il primo processo è l’immobilizzazione del corpo e il superamento del dolore fisico mediante l’esercizio chiamato Asana.
2) Assicurare la regolarità delle funzioni, controllando e dirigendo la forza vitale attraverso il respiro, mediante la pratica chiamata Prânayâma.
3) Coltivare le qualità morali e realizzare delle “buone opere” che assicurano la calma mentale mediante le pratiche chiamate Yama e Niyama.
4) Analizzare approfonditamente la mente ed inibire qualunque pensiero in generale, mediante la pratica del Pratyahara.
5) Concentrazione diretta su un unico pensiero sopprimendo tutti gli altri. Questo processo conduce ai più alti risultati ed è composto di tre parti: Dharana, Dhyana e Samâdhi, raggruppate sotto il termine comune di Samyana.

I Grandi classico dello Yoga


YOGA SUTRA
GLI AFORISMI DELLO YOGA di PATANJALI

Versione e commento di WILLIAM QUAN JUDGE

LIBRO I
La Concentrazione o Yoga (1)

1 - In verità, l’esposizione dello Yoga o Concentrazione, sta ora per essere fatta.

La particella sanscrita atha che è stata tradotta con "in verità", annunzia al discepolo che un argomento ben definito sta per essere esposto, richiede la sua attenzione e serve anche da benedizione. Monier Williams afferma che questa è "una particella di buon auspicio e di introduzione ma che spesso è difficilmente esprimibile nelle nostre lingue occidentali."

2 - La Concentrazione o Yoga consiste nell’impedire le modificazioni del principio pensante.

In altre parole, la mancanza di concentrazione del pensiero è dovuta al fatto che la mente, chiamata qui "il principio pensante", è soggetta a delle costanti modificazioni a causa del suo disperdersi su di una molteplicità di soggetti. Così la "concentrazione" equivale alla correzione della tendenza alla dispersione ed al conseguimento di ciò che gli Indù chiamano "il punto unico"
(2), o il potere di costringere la mente, in qualunque momento, a considerare un solo soggetto di pensiero, escludendone ogni altro. É su questo Aforisma che si impernia tutto il metodo del sistema. La ragione dell’assenza continua della concentrazione è che la mente è modificata da tutti i soggetti ed oggetti che le si presentano; essa è, per così dire, trasformata in quel soggetto od oggetto. La mente perciò, non è il potere supremo o più elevato; essa non è che una funzione, uno strumento con il quale l’anima lavora, percepisce le cose e compie delle esperienze. Neppure il cervello deve essere confuso con la mente, non essendo a sua volta che uno strumento di quest’ultima. Ne consegue che la mente ha un suo proprio piano, diverso da quello dell’anima e del cervello, per cui si dovrebbe imparare a far uso della volontà che è anch’essa un potere distinto dalla mente e dal cervello, in maniera tale da usare la mente come un nostro servitore ogniqualvolta e per quanto tempo lo desideriamo, per considerare qualunque cosa abbiamo scelto, invece di permetterle di vagare da un soggetto all’altro, secondo le loro sollecitazioni.

3 - Durante la concentrazione l’anima rimane nella condizione di uno spettatore senza spettacolo.

Questo si riferisce alla concentrazione perfetta che è lo stato in cui, dopo che sono state impedite le modificazioni di cui si parla nell’Aforisma 2, l’anima passa, ritrovandosi in una condizione ove non è più soggetta all’alterazione o alle impressioni prodotte da un soggetto qualsiasi. L’"anima" di cui si parla, non è Atma, lo spirito.

(1) La divisione Argomentativa di questa meditazione è una riflessione su di un soggetto argomentando sulla sua natura paragonata con qualcos’altro, come ad esempio il problema se la mente è il prodotto della materia o se precede la materia.

(segue nel prossimo numero)