
II puntata
YOGA SUTRA
L’Asana
(a cura di Ruber Rivali)
Come scritto nel precedente numero iniziamo la nostra analisi delle tappe indicate dallo Yoga Sutra dal concetto di Asana.
La parola “asana” significa posizione; ma il suo significato originario si è alterato per le tante interpretazioni che vari autori e correnti filosofiche le hanno attribuito.
Patanjali a cui si deve lo Yoga Sutra (primo testo scritto sullo yoga) afferma: ”Asana e ciò che è saldo e piacevole ”. Il Sankya (uno dei principali sistemi della filosofia indiana ) afferma: “la posizione è ciò che è saldo e agevole” ; e ancora: “ogni posizione salda e agevole è un’Asana, non vi sono altre regole”.
Nello Yoga l’Asana è un metodo ( non una semplice postura ) di immobilizzazione del corpo in una posizione scomoda allo scopo di superare il dolore con il quale costantemente il corpo disturba la mente .
Essendo lo Yoga una ”forma di meditazione” che mira all’unione del soggetto con l’oggetto pensato, lo yogin per poter raggiungere tale stato deve essere in grado di pensare un pensiero prestabilito senza disturbi e interruzioni; dunque necessita, in primis, di raggiungere ”lo stato di Asana”, ossia di immobilizzazione del corpo, in cui i muscoli non devono essere tesi ma neppure troppo rilassati, in una piacevole via di mezzo tra la rigidità e l’abbandono. Fatto ciò dovrà essere in grado attraverso l’acquisizione di una certa capacità di controllo mentale sulle modificazioni del corpo di superare crampi e stanchezza evitando qualsiasi spostamento. Ovviamente chi è all’inizio del percorso, dopo poco troverà l’Asana così dolorosa da risultare irresistibile ma se riesce a rimanere saldo e costante raggiunge, non troppo lontanamente nel tempo, il traguardo: il dolore svanirà e verrà dimenticata la stessa presenza del corpo; allora il praticante si accorgerà che lo stato di coscienza ordinario del corpo è delimitato dal dolore e con un profondo senso di meraviglia e sollievo percepirà che la posizione tanto scomoda che aveva assunto è perfetta per la comodità fisica rispetto a qualsiasi altra. L’esercizio non presenterà più problemi e quando assumerà il proprio Asana avrà la sensazione che la forza di gravità allenti la sua pressione e il corpo entri in una condizione di piacevole e calda leggerezza senza più inviare alcun messaggio che distragga la mente. Ovviamente i testi indù descrivono anche altri e più profondi risultati di questa pratica che si ottengono attraverso una costante applicazione e riflessione sull’Asana e di cui è bene prendere conoscenza direttamente da un insegnate qualificato. Raggiunta la condizione di Asana l’apprendista yogin è pronto ad affrontare il Prânayâma, di cui tratteremo nella prossima edizione, un metodo per gestire e placare le emozioni e gli appetiti e per controllare e regolare le funzioni del corpo.
YOGA SUTRA
L’Asana
(a cura di Ruber Rivali)
Come scritto nel precedente numero iniziamo la nostra analisi delle tappe indicate dallo Yoga Sutra dal concetto di Asana.
La parola “asana” significa posizione; ma il suo significato originario si è alterato per le tante interpretazioni che vari autori e correnti filosofiche le hanno attribuito.
Patanjali a cui si deve lo Yoga Sutra (primo testo scritto sullo yoga) afferma: ”Asana e ciò che è saldo e piacevole ”. Il Sankya (uno dei principali sistemi della filosofia indiana ) afferma: “la posizione è ciò che è saldo e agevole” ; e ancora: “ogni posizione salda e agevole è un’Asana, non vi sono altre regole”.
Nello Yoga l’Asana è un metodo ( non una semplice postura ) di immobilizzazione del corpo in una posizione scomoda allo scopo di superare il dolore con il quale costantemente il corpo disturba la mente .
Essendo lo Yoga una ”forma di meditazione” che mira all’unione del soggetto con l’oggetto pensato, lo yogin per poter raggiungere tale stato deve essere in grado di pensare un pensiero prestabilito senza disturbi e interruzioni; dunque necessita, in primis, di raggiungere ”lo stato di Asana”, ossia di immobilizzazione del corpo, in cui i muscoli non devono essere tesi ma neppure troppo rilassati, in una piacevole via di mezzo tra la rigidità e l’abbandono. Fatto ciò dovrà essere in grado attraverso l’acquisizione di una certa capacità di controllo mentale sulle modificazioni del corpo di superare crampi e stanchezza evitando qualsiasi spostamento. Ovviamente chi è all’inizio del percorso, dopo poco troverà l’Asana così dolorosa da risultare irresistibile ma se riesce a rimanere saldo e costante raggiunge, non troppo lontanamente nel tempo, il traguardo: il dolore svanirà e verrà dimenticata la stessa presenza del corpo; allora il praticante si accorgerà che lo stato di coscienza ordinario del corpo è delimitato dal dolore e con un profondo senso di meraviglia e sollievo percepirà che la posizione tanto scomoda che aveva assunto è perfetta per la comodità fisica rispetto a qualsiasi altra. L’esercizio non presenterà più problemi e quando assumerà il proprio Asana avrà la sensazione che la forza di gravità allenti la sua pressione e il corpo entri in una condizione di piacevole e calda leggerezza senza più inviare alcun messaggio che distragga la mente. Ovviamente i testi indù descrivono anche altri e più profondi risultati di questa pratica che si ottengono attraverso una costante applicazione e riflessione sull’Asana e di cui è bene prendere conoscenza direttamente da un insegnate qualificato. Raggiunta la condizione di Asana l’apprendista yogin è pronto ad affrontare il Prânayâma, di cui tratteremo nella prossima edizione, un metodo per gestire e placare le emozioni e gli appetiti e per controllare e regolare le funzioni del corpo.

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